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Introduzione


La Dichiarazione finale della Conferenza, uscita dalla settimana di estenuanti trattative nell’ex-colonia britannica, rappresenta un risultato importante per il futuro dell’attuale ciclo di negoziati commerciali del WTO, più noto come Round di Doha per lo Sviluppo.

Il testo concordato ha il pregio di definire un chiaro programma di lavori che dovrebbe condurre alla conclusione delle trattative entro il 2006; un termine non facilmente prorogabile vista la scadenza, ai primi del 2007, dell’autorità a negoziare conferita dal Congresso americano al Presidente Bush (fast track).

Un risultato positivo, soprattutto se si pensa alle difficoltà della vigilia, quando si temeva che l’appuntamento di Hong Kong potesse rappresentare un terzo fallimento per il WTO, dopo quelli registrati a Cancún e Seattle. Il clima di generale soddisfazione che si respirava al termine della defatigante maratona negoziale era, con molta probabilità, dovuto più a questa consapevolezza – di aver contribuito ad evitare un nuovo fallimento – che al risultato effettivamente conseguito.

Nessuna illusione, dunque. L’intesa siglata ad Hong Kong, un documento di ben 44 pagine, non scioglie che pochi dei nodi che hanno determinato negli ultimi mesi lo stallo dei negoziati.

La data per l’eliminazione di tutte le forme di sostegno all’export nel settore agricolo, una delle decisioni più rilevanti della Conferenza – ennesimo contributo dell’Unione Europea all’avanzamento dei negoziati – costituiva un impegno già chiaramente indicato nella Dichiarazione di Doha (novembre 2001) e riaffermato nella Decisione del Consiglio Generale del WTO (luglio 2004).

Si deve soprattutto alla forte volontà di Pascal Lamy, Direttore Generale del WTO, di riportare al cuore di questo Round di negoziati commerciali il tema dello sviluppo, se la Conferenza ha permesso di raggiunge, anche grazie alla pressione esercitata dall’Unione Europea, alcuni importanti risultati per quanto riguarda il tema del cotone e dell’accesso a dazio zero e senza quote per i prodotti provenienti dai 32 Paesi Meno Avanzati i. Per il resto, è l’iniezione di fiducia generata da un rinnovato consenso il principale contributo di Hong Kong al single undertaking, a quell’intesa globale sull’ambiziosa Agenda varata a Doha, che si auspica potrà essere raggiunta nel corso del 2006.

Nonostante le aspettative minime della vigilia, che rendevano difficile un nuovo fallimento, il rischio che la complessa macchina negoziale potesse incepparsi, con i suoi delicati processi di composizione dei diversi e contrapposti interessi, rimaneva comunque altissimo. È giusto, quindi, indicare alcuni vincitori di questa VI Conferenza Ministeriale del WTO.

Innanzitutto, Pascal Lamy. L’ex Commissario al Commercio per l’Unione Europea, che a Cancùn non esitò a definire medioevale il meccanismo decisionale del WTO, ha saputo architettare una fragile via d’uscita che si è rivelata vincente. Il c.d. piano B, scattato probabilmente con un po’ di ritardo quando a distanza di poche settimane dal vertice i principali player si erano mostrati incapaci di trovare un accordo su un primo nucleo di modalità per il negoziato agricolo e per i prodotti industriali, si è materializzato in una bozza di Dichiarazione ministeriale talmente neutra e priva di sostanza da essere giudicata insoddisfacente da tutti. Non proprio una "bacchetta magica", ma senz’altro una buona strategia – presa a prestito dalla teoria dei giochi – che ha costretto i Ministri arrivati ad Hong Kong ad impegnarsi nell’unico esercizio possibile: migliorare quella prima bozza di testo, con un approccio di tipo bottom-up, che, partendo da quella base, permetteva di aggiungere parti sulle quali si formava via via un consenso

Lamy è stato poi abile a sfruttare tutto il tempo a disposizione, ponendo al centro dell’attività negoziale una fitta serie di riunioni informali ristrette (oltre 400), le note "green room ", alternate a consultazioni dei facilitatori su temi specifici (più di 200). Le trattative hanno visto un’intensificazione nelle ultime ore della Conferenza, fino all’estenuante maratona notturna che ha permesso di individuare le necessarie soluzioni di compromesso sul testo finale; un vero tour de force interrotto solo per qualche ora nel corso della giornata conclusiva, per dar tempo ai Ministri di consultare le Capitali e alla Commissione Europea di sentire gli Stati membri della Comunità.

Lamy ha compreso che per il pieno successo della Conferenza e per la sopravvivenza stessa dell’Organizzazione andava parallelamente costruito il più ampio consenso intorno all’intero processo negoziale. Tale risultato poteva essere ottenuto solo con una forte impronta pro-sviluppo della complessiva macchina organizzativa, sia per quanto riguarda l’agenda dei lavori, spazi mediatici inclusi, sia migliorando la trasparenza e la piena partecipazione di tutti i Paesi membri ai vari gruppi di consultazione che il metodo negoziale imponeva.

Attore principale di questo disegno e altro vincitore della Conferenza, il Ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim che con il suo indiscusso carisma ha caratterizzato i giorni della Conferenza. Leader del G20, il gruppo di Paesi in sviluppo produttori ed importanti esportatori di prodotti agricoli ii, Amorim è stato l’artefice di un’alleanza globale tra le aree più arretrate del mondo contro l’inerzia negoziale di Stati Uniti ed Unione Europea.

In una storica conferenza stampa, in nome della  solidarietà tra  tutti i  Paesi in sviluppo, è  riuscito a  mantener compatto un gruppo di ben 110 Paesi (G20, G33 iii, Gruppo Africano iv, ACP v, PMA, Small Economies vi, circa 4/5 della popolazione mondiale), nonostante alcuni evidenti interessi contrapposti, prendendo la parola, in più di un’occasione, a nome di questi Paesi.

Una forza politica, sostenuta anche da importanti organizzazioni non governative, che lo ha visto protagonista anche nella creazione di un nuovo fronte per contrastare gli interessi offensivi dei Paesi avanzati nel negoziato per i prodotti non-agricoli (NAMA). Questo nuovo gruppo, definito NAMA-11 (Argentina, Brasile, Egitto, India, Indonesia, Pakistan, Filippine, Sud Africa, Tunisia, Namibia e Venezuela), pur non mostrando una forte coesione al momento della presentazione delle proposte, è riuscito nel tentativo di frenare le ambizioni di Stati Uniti ed Unione Europea, mantenendo ampie flessibilità di trattamento nella formula di taglio tariffario, una formula che impone maggiori riduzioni sui dazi più elevati (formula c.d. "svizzera"), ma ancora tutta da definire.

In qualche modo, anche Peter Mandelson, Commissario al Commercio dell’UE, esce rafforzato da questa tornata negoziale, non tanto per i risultati concretamente ottenuti, quanto per essere riuscito a mantenere una forte coesione all’interno dell’Unione Europea. Durante tutta la Conferenza, infatti, gli Stati membri della Comunità non hanno mai fatto venir meno il sostegno all’azione della Commissione.

A dispetto delle frizioni che hanno caratterizzato la vigilia, specie per la volontà francese di imbrigliare possibili fughe in avanti della Commissione, disposta ad ulteriori concessioni in cambio di paralleli progressi in altre aree del negoziato, le riunioni del Consiglio dell’UE ad Hong Kong hanno, in linea generale, sempre avallato la tattica proposta da Mandelson e dal suo collega Mariann Fischer Boel, Commissario per le Politiche Agricole.

Nemmeno la notizia dell’accordo raggiunto a Bruxelles sul bilancio comunitario, senza sostanziali variazioni fino al 2013 e con una verifica di medio termine (2008/2009), giunta ad Hong Kong nelle delicate fasi finali della Conferenza, è riuscita ad incrinare i fragili equilibri dietro la posizione comunitaria.

Con una Politica Agricola Comune – di cui il nostro Paese è il terzo contribuente netto (1,3 miliardi di euro) dopo Germania e Regno Unito – non ancora completamente affrancata da un sistema di fissazione artificiale dei prezzi, una riduzione della protezione daziaria decisa nel contesto dei negoziati del WTO implica, a parità di risorse finanziarie, un inevitabile ridimensionamento dei trasferimenti all’agricoltura.

Dopo l’ultima maratona notturna, con i negoziati bloccati sul dossier agricolo per la mancanza di un accordo sulla data per l’eliminazione dei sussidi all’export, la Commissione ha chiesto e ottenuto il pieno sostegno per un netto rifiuto della proposta del G20, fissa sul 2010, mettendo a rischio l’esito del vertice.

Dopo poche ore, con una soluzione di compromesso che sposta la data al 2013, ma con un sostanziale anticipo della riduzione degli aiuti (a metà del periodo di attuazione) e senza molte altre carte in tasca, Mandelson non ha avuto difficoltà ad ottenere dai Ministri europei il disco verde per l’approvazione del testo finale.

La ritrovata energia di Peter Mandelson è emersa anche in plenaria, quando non ha esitato ad elencare i paesi (Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda) dai quali, da qui in avanti, si attende una prova di responsabilità.

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i I Paesi Meno Avanzati (PMA) sono un gruppo di 50 paesi, di cui solo 32 Membri del WTO, identificati dalle Nazioni Unite come i meno sviluppati in termini del loro basso PIL pro capite, scarsa specializzazione delle risorse umane e alto grado di vulnerabilità economica (http://www.un.org/special-rep/ohrlls/ldc/default.htm ).
L’obiettivo principale della loro politica in seno al WTO è quello di ottenere un incremento della quota di mercato nel commercio mondiale. Al fine di perseguire tale obiettivo richiedono un accesso al mercato libero da dazi e da quote per tutte le importazioni provenienti dai PMA, l’eliminazione di tutti i sussidi alle esportazioni dei Paesi sviluppati, l’eliminazione delle misure di supporto alla produzione sui prodotti d’esportazione di interesse per i PMA stessi, la riduzione delle misure sanitarie applicate ai prodotti agricoli provenienti dai Paesi in sviluppo e, ove ciò non fosse possibile, richiedono assistenza tecnica per la risoluzione di tali problemi.

ii G20, di cui fanno parte Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Cina, Colombia, Costa Rica, Cuba, Ecuador, Guatemala, India, Messico, Nigeria, Pakistan, Paraguay, Perù, Filippine, Sud Africa, Tailandia, Venezuela, rappresenta più del 51% della popolazione dell’intero pianeta ed il 63% degli agricoltori. La produzione di questi Paesi è pari a circa un quinto di quella mondiale e più di un quarto delle esportazioni del settore agricolo provengono da questi Paesi. L’obiettivo prefissato è quello di imprimere una forte liberalizzazione degli scambi di derrate alimentari e di combattere la politica agricola promossa da UE e USA mediante la riduzione degli alti sostegni interni, l’eliminazione, attraverso una graduale riduzione, dei sussidi all’esportazione e il miglioramento dell’accesso al mercato dei prodotti provenienti dai PVS.

iii G33, comprende ormai più di 40 Paesi in via di sviluppo: Antigua e Barbuda, Barbados, Belize, Benin, Botswana, Cina, Congo, Costa d’Avorio, Cuba, Repubblica Domenicana, Grenada, Guyana, Haiti, Honduras, India, Indonesia, Giamaica, Kenya, Corea, Mauritius, Madagascar, Mongolia, Mozambico, Nicaragua, Nigeria, Pakistan, Panama, Perù, Filippine, St Kitts e Nevis, St Lucia, St Vincent e le Grenadines, Senegal, Sri Lanka, Suriname, Tanzania, Trinidad e Tobago, Turchia, Uganda, Venezuela, Zambia, Zimbabwe. Questi Paesi condividono alcune preoccupazioni nel negoziato agricolo, in particolare per quanto riguarda la sicurezza alimentare e lo sviluppo rurale. L’obiettivo dei diversi documenti presentati al WTO dal G33 è quello di far sì che nella selezione dei prodotti speciali (esentati dalla riduzione tariffaria) siano tenuti in debito conto quei prodotti legati alle strategie di sussistenza delle comunità rurali più povere e dei piccoli e più vulnerabili agricoltori, prevedendo, altresì, la possibilità di accesso per questi prodotti ad un sistema di salvaguardia speciale.

iv Gruppo Africano comprende 41 Paesi dislocati in tutto il continente, ma concentrati principalmente nelle aree centrali e meridionali: Angola, Benin, Botswana, Burkina Faso, Burundi, Camerun, Ciad, Congo, Costa d'Avorio, Egitto, Gabon, Gambia, Ghana, Gibuti, Guinea, Guinea-Bissau, Kenya, Lesotho, Madagascar, Malawi, Mali, Mauritania, Mauritius, Marocco, Mozambico, Namibia, Niger, Nigeria, Rep. Centrafricana, Rep.Dem. del Congo, Ruanda, Senegal, Sierra Leone, Sud Africa, Swaziland, Tanzania, Togo, Tunisia, Uganda, Zambia, Zimbabwe. Sensibili ai temi dello sviluppo, questi Paesi auspicano una “globalizzazione” che tenga conto della loro situazione di arretratezza economica. Per quanto riguarda le relazioni commerciali con l’Unione Europea, ciò che accomuna questi Paesi è il regime preferenziale di cui godono, noto come “Sistema Generalizzato di Preferenze”.

v Il Gruppo degli ACP, la cui partecipazione iniziale era quasi totalmente africana, comprende oggi quasi 80 Stati provenienti dall’Africa, dai Caraibi e dal Pacifico (http://www.acpsec.org/). Sin dal Trattato di Roma del ’57 l’allora CEE si impegnò a promuovere lo sviluppo socio-economico e a stabilire strette relazioni economiche con i primi Paesi ACP, in qualità di territori o Stati dipendenti dei membri fondatori della Comunità (art. 131 del Trattato).
Il gruppo ACP ha concluso un accordo di partenariato con l’UE (Partnership Agreement – successivo alla IV Convenzione di Lomè) che fornisce gli strumenti per stabilire una cooperazione commerciale ed economica, un dialogo politico ed uno sviluppo finanziario.
Le importazioni dell’UE dai Paesi ACP (escluso il Sud Africa) sono aumentate di oltre il 40% tra il 1998 ed il 2002. Il complesso delle esportazioni degli ACP verso l’Unione Europea, costituito principalmente dalle materie prime ed in particolare dai prodotti agricoli (29%), è scarsamente diversificato: il petrolio è l’esportazione più importante, contando per il 28% del totale, seguito da diamanti (9%), cacao (8%), pesce (6%), legname (4%), zucchero (3%), alluminio (2%) e tabacco (2%).

vi Questo gruppo di circa 20 piccole e vulnerabili economie (Antigua e Barbuda, Barbados, Bolivia, Cuba, Dominica, Repubblica Domenicana, El Salvador, Fiji, Grenada, Guatemala, Honduras, Giamaica, Mauritius, Mongolia, Nicaragua, Papua New Guinea, Paraguay, Solomon Islands, St. Kitts e Nevis, St. Vincent e Grenadines, Trinidad e Tobago) mira ad ottenere una piena integrazione nel sistema multilaterale degli scambi commerciali, come previsto dal par. 35 della Dichiarazione di Doha. In tema agricolo, le proposte presentate da questi Paesi al Comitato Commercio e Sviluppo del WTO, pongono l’accento sull’importanza della sicurezza alimentare e dell’occupazione rurale nelle piccole e più vulnerabili economie, anche tramite una maggiore flessibilità nell’applicazione della formula di riduzione daziaria.

vii
Salvo una generale solidarietà tra i Paesi del Sud del mondo, i tre principali gruppi, G20, G33 e G90 (una configurazione emersa alla Conferenza ministeriale di Cancùn che riunisce i PMA e i Paesi africani del gruppo ACP) sono divisi sul livello di protezione del proprio mercato interno. In seno al G20 vi è una forte contrapposizione tra i 9 membri più competitivi – quelli Latino americani e la Tailandia – che vorrebbero l’apertura dei mercati, inclusi quelli del Sud, e gli altri membri che fanno parte anche del G33 (tra cui Cina, India e Indonesia) che vogliono mantenere una maggiore protezione, anche nei confronti degli altri PVS. I membri del G90, da parte loro, temono una netta erosione delle preferenze tariffarie di cui ancora godono, se Unione Europea e Stati Uniti decidessero di ridurre drasticamente i dazi non preferenziali su base MFN. Le maggiori preoccupazioni alla vigilia della Conferenza di Hong Kong riguardavano proprio l’atteggiamento dei PVS piú fragili e vulnerabili, per l’insoddisfazione, in particolare di taluni Paesi africani produttori di “commodities” come Mauritius o alcuni ACP caraibici come la Giamaica, fortemente delusi per i modesti vantaggi che si profilavano da un’apertura degli scambi multilaterali, da cui addirittura rischiano di subire un impatto negativo in termini di costi di aggiustamento interno.