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SVILUPPO


In un periodo in cui va consolidandosi una certa letteratura critica nei confronti del concetto di sviluppo e da più parti emergono voci di dissenso sulla gestione delle politiche di aiuto attuate negli ultimi decenni i, il WTO tenta di ritrovare il necessario consenso per un nuovo disegno di governance globale dell’economia, riportando con forza al centro dei negoziati il tema dello sviluppo ii.

La decisione di Lamy di puntare sul varo di un consistente pacchetto di misure per lo sviluppo – che si è poi rivelato come l’unico vero elemento qualificante dell’intera Conferenza – ha trovato sponda nella strategia negoziale della Commissione Europea, sostenuta con convinzione dagli Stati membri, dopo il riconoscimento che i tempi non erano maturi per un più ambizioso accordo sulla liberalizzazione degli scambi di beni e servizi.

Il riferimento ad una forte iniziativa pro-sviluppo era, del resto, contenuto già nell’offerta complessiva sulla Doha Development Agenda (DDA), presentata dall’Unione Europea il 28 ottobre 2005. Tale proposta, rafforzata dalla Decisione del Consiglio Affari Generali del 12 dicembre, ha permesso all'Unione Europea di svolgere un ruolo catalizzatore rispetto agli altri grandi major player iii.

In seno al WTO, lo sviluppo, senza aggettivazioni e impermeabile all’aperto dibattito sul suo reale significato (sviluppo inteso come l’appagamento di ogni uomo e di tutto l’uomo?) iv, è sinonimo di partecipazione, intesa come reale opportunità per le economie più marginali di cogliere i benefici derivanti dalla crescita degli scambi internazionali di merci e servizi. Tutte le iniziative hanno, infatti, il duplice scopo di facilitare da un lato la partecipazione dei Paesi più poveri a questo sistema multilaterale di scambi e, allo stesso tempo, prepararli a fronteggiare gli inevitabili aggiustamenti che derivano dalla globalizzazione.

I risultati conseguiti ad Hong Kong possono essere così sintetizzati.

Dazio zero e senza quote

Seguendo il mandato contenuto nel par. 42 della Dichiarazione di Doha, il pacchetto per lo sviluppo presentato da Lamy ai Ministri presenti ad Hong Kong – e fortemente voluto dall’Unione Europea – prevedeva, al primo punto, la realizzazione di una piena partecipazione dei Paesi più arretrati al sistema degli scambi internazionale tramite un più facile accesso ai mercati per i loro prodotti.

Si tratta di un’iniziativa che l’Unione Europea ha messo in atto sin dal 2001, con il Regolamento comunitario detto Everything But Arms (accesso a dazio zero e senza contingenti a tutti i prodotti – ad eccezione delle armi – provenienti da tutti i Paesi Meno Avanzati), ma che fino ad oggi non è stata seguita, malgrado le pressanti richieste dei Paesi più poveri, dagli altri Paesi industrializzati. Nel 2004 l’Unione Europea ha importato merci per più di 16 miliardi di dollari da queste economie – quasi un terzo manufatti made in Bangladesh –, una cifra che supera abbondantemente le importazioni del continente asiatico (15 bl. US$) e del Nord America (14 bl. US$)

Ad Hong Kong sono emerse le difficoltà di alcuni importanti player ad accettare la base negoziale proposta da Lamy, sia per la sensibilità di alcuni prodotti (ad esempio il riso per il Giappone), sia per le riserve nei confronti di alcuni PMA più competitivi (il caso del Bangladesh sollevato dagli Stati Uniti).

Il risultato finale è comunque rilevante e prevede l’impegno, su base permanente, ad eliminare ogni dazio e contingente sui prodotti provenienti dai Paesi Meno Avanzati a partire dal 2008, con la possibilità di escludere, in caso di manifeste difficoltà, alcuni prodotti fino ad un massimo del 3%, ma con l’obbligo di porre in essere tutti i passi necessari per raggiungere progressivamente un impegno completo. La Dichiarazione richiama ad un simile impegno, su base volontaria e con adeguate flessibilità, anche i PVS.

Ma più importante ancora è il risultato politico di collocare l’Europa al centro di un gruppo di Paesi avanzati ed in via di sviluppo sulla questione cruciale del Round.

Cotone e altri prodotti sensibili

Altra questione delicata, per il crescente malumore di taluni Paesi nei confronti dell’intransigenza USA, è quella del cotone. Il palese tentativo di Washington di porre la questione sul solo piano degli aiuti da erogare ai paesi africani maggiormente colpiti, rinviando sine die l’eliminazione delle sovvenzioni ai coltivatori americani, da cui discendono in buona parte le distorsioni e oscillazioni dei prezzi sul mercato mondiale, rappresentava alla vigilia della Conferenza un serio campanello d’allarme.

L’accordo raggiunto ad Hong Kong, anche grazie alla forte pressione esercitata dall’Unione Europea, indica azioni concrete per una risposta rapida al problema prospettato dai quattro Paesi proponenti l’iniziativa cotone (Benin, Chad, Mali e Burkina Faso).

Innanzitutto, l’accordo prevede l’eliminazione di tutte le forme di sostegno all’export entro il 2006.

In tema di accesso al mercato, altro pilastro della strategia, i Paesi Meno Avanzati produttori di cotone hanno ottenuto che il cotone non possa essere escluso dall’iniziativa Dazio Zero e Senza Quote per i PMA.

Per contro, sui sussidi interni, principale fattore di detrimento delle ragioni di scambio sul mercato internazionale del cotone, la strenua opposizione degli Stati Uniti è risultata in un impegno generico ad accelerarne la riduzione, a fronte anche dell’impegno americano a finanziare alcuni programmi strutturali nei Paesi produttori.

Va ricordato infine che, sempre in tema di prodotti sensibili, l’Unione Europea ha dovuto fronteggiare ad Hong Kong una dura opposizione alla sua recente decisione di fissare a 176 euro/ton il dazio sulle importazioni di banane v

Va dato atto alla Commissione di aver operato nella giusta direzione, avviando contatti informali con i Paesi latino-americani per tentare una composizione della questione, rassicurandoli sul fatto che i 176 euro rappresentano il dazio applicato e non quello consolidato (cioè notificato all’OMC), proprio allo scopo di testare il mercato nei prossimi mesi e, se del caso, modificare nuovamente il dazio.

Aid for trade

L’accesso al mercato da solo non è tuttavia una condizione sufficiente per raggiungere una piena integrazione dei Paesi più poveri nel sistema internazionale degli scambi commerciali.

Il WTO riconosce la necessità di attuare in quei Paesi politiche complementari, volte alla rimozione degli ostacoli agli investimenti privati, al miglioramento delle regolamentazioni e degli investimenti pubblici nelle reti infrastrutturali e nell’istruzione, per assicurare che le imprese locali rispondano alle nuove opportunità e che i benefici siano distribuiti a tutta la popolazione. In altri termini, le politiche di liberalizzazione degli scambi commerciali devono essere inserite in una coerente strategia di sviluppo.

L’iniziativa "Aid-for-trade", varata in occasione delle riunioni autunnali delle IFI a Washington, tende a proporsi come la nuova piattaforma politica per le diverse dinamiche che si stanno sviluppando nell’area del "Trade and Development" vi.

La Dichiarazione di Hong Kong richiama l’importanza di questo "nuovo corso" negli aiuti al commercio ed invita il Direttore Generale ad istituire una task force in grado di fornire delle raccomandazioni su come rendere operative le azioni promosse dall’Aid for Trade.

L’iniziativa passa attraverso un necessario potenziamento dell’Integrated Framework (IF) vii.

I Ministri ne riconoscono il lavoro fin qui svolto e formalizzano un chiaro impegno politico dei Paesi avanzati a potenziare e sostenere l’IF negli anni a venire, in particolare attraverso contributi pluriennali che conferiscano continuità e consistenza alla programmazione.

La Dichiarazione di Hong Kong prevede, altresì, il potenziamento del pacchetto finanziario in favore dell'assistenza tecnica al commercio dei PVS.

Da ultimo, sulla base delle Conclusioni del Consiglio Affari Generali del 12 dicembre 2005, l'Unione Europea ha contribuito alla decisione di incaricare il Direttore Generale dell'OMC a consultare le IFI e gli Stati membri per reperire nuove risorse finanziarie.

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i Il principale testo di riferimento in tal senso è The Development Dictionary, a cura di Wolfgang Sachs, Zed Books, London 1992 (trad. it. Dizionario dello sviluppo, Gruppo Abele, Torino 1998). Tradotto in diverse lingue, il libro riunisce contributi dei principali rappresentanti di questo approccio critico.

ii La stessa Dichiarazione di Doha riconosce l’importante ruolo del commercio internazionale nella promozione dello sviluppo economico e l’alleviamento delle povertà (§§ 1, 2).

iii Il “pacchetto per lo sviluppo” proposto dall’Unione Europea conteneva una serie proposte, tra cui: a) impegno a concedere ai PMA accesso al mercato "duty-free e quota-free” senza richiedere loro, nel contesto di questo Round, alcuna concessione, b) impegno a raggiungere un’intesa sulle proposte per il Trattamento Speciale e Differenziato presentate a Cancùn (28 specific-agreement proposals) e sulle cinque proposte presentate dai PMA, c) individuazione di soluzioni al problema dell’erosione delle preferenze, d) adozione di un pacchetto “aid for trade” in linea con i risultati del vertice G8 di Gleneagles e delle successiva proposta congiunta IMF/WB, e) azioni precise sul tema “cotone”.

iv Curiosa, in lingua eton, la traduzione dei Camerunesi del termine sviluppo: “sogno del bianco”. (Serge Latouche, Come sopravvivere allo sviluppo. Bollati Boringhieri, Torino, 2005).

v Il passaggio del complesso regime di importazione comunitario delle banane ad un sistema tariff-only, a partire dal 1° gennaio 2006, ha aperto una rischiosa querelle con alcuni Paesi latino americani – Brasile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, Guatemala, Nicaragua, Honduras, Panama e Venezuela – che non intendono perdere le quote storiche di mercato, a discapito dei Paesi ACP che, in linea con gli impegni assunti nel quadro OMC e della Convenzione di Lomé, mantengono un contingente di 775.000 ton a dazio zero.

vi In occasione della riunione di Londra del 5 febbraio 2005, i Ministri dell’Economia del G 7 invitavano le Istituzioni Finanziarie Internazionali (IFI) a sviluppare proposte volte a favorire l’integrazione dei paesi più poveri nel sistema multilaterale del commercio. Successivamente, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale hanno attivato un processo di consultazioni che ha portato a definire alcune proposte operative da ultimo illustrate anche al Comitato Scambi all’OCSE. Le consultazioni a Ginevra hanno ricevuto ulteriore impulso dalla riunione primaverile del Comitato Sviluppo, dai Ministri delle Finanze G7 (giugno), dal Vertice G8 di Gleneagles (luglio) e dal Vertice mondiale ONU (settembre).

vii Si tratta di un programma inter-agenzie (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio, International Trade Center, Unctad, United Nations Development Programme) attivato nell’ottobre 1997 in occasione di un “WTO High Level Meeting on Integrated Initiatives for Least Developed Countries' Trade Development”. L’IF intende facilitare l’integrazione dei Paesi Meno Avanzati nel sistema multilaterale degli scambi commerciali. Esso opera attraverso l’identificazione dei bisogni prioritari dei PMA (cd. studi diagnostici) nel settore del commercio, il loro inserimento nelle strategie nazionali di riduzione della povertà e quindi l’effettiva messa in opera dei progetti (action plan) con finanziamenti provenienti dalle agenzie e dai donatori.